domenica 1 novembre 2015

Dalle miserie politiche alle alte visioni di Francesco

Per Il segretario del PD il partito e' un insieme di cani, fedeli o rabbiosi; questi ultimi sopportano mal volentieri il guinzaglio e tenta di liberarsi. Così il partito si svuota o diventa qualcosa di indefinito. Risultato? Il PD non esiste più al suo posto " IL PARTITO DELLA NAZIONE ossia il minimo comune multiplo tra tutti i partiti.

L'articolo che segue dovrebbe farci riflettere.

Per un sindaco essere un alieno è assolutamente impossibile e finalmente la vicenda di Marino si è chiusa. Ora il problema è quello delle candidature. E non solo a Roma. Il Pd è ormai partito della nazione ma sul territorio vale ben poco. Volando più in alto, si arriva ai risultati del Sinodo: ancora una volta Francesco afferma verità rivoluzionarie ma con la diplomazia necessaria per trasformare le diversità nell'armonia d'un lavoro comune


Fu questa la motivazione del mio voto. Del resto la precedente gestione del Comune di Roma guidata per cinque anni da un ex picchiatore fascista, come fu Alemanno da giovane, aveva lasciato guasti immensi finanziari, sociali, edilizi, servizi pubblici d'ogni genere e tipo, mentre Marino sembrava persona onesta, capace, volitiva. Dopo poco tuttavia ci si accorse che c'era un aspetto del suo carattere alquanto strano: il suo ego era soverchiante su ogni altro requisito caratteriale. Voleva emergere, voleva distinguersi, voleva comandare, voleva stupire. Tutto il resto non contava niente. Di positivo fece solo la chiusura della discarica di immondizie di Roma. Era qualcosa, ma non fece nient'altro. Non si accorse neppure che nell'amministrazione della città si era infiltrata un'organizzazione criminale. Non se ne accorse anche perché gliene importava assai poco.

Mafia Capitale da un lato e il sindaco dall'altro procedevano su strade parallele che non si incontrarono mai con la conseguenza che il Comune di Roma divenne il più inquinato di Italia, allo stesso livello di quello di Napoli e di Reggio Calabria, superiore perfino a Palermo e a Catania.

Questo è stato Marino. C'è da aggiungere che il Partito democratico romano era ed è uno dei peggiori d'Italia come dimostrano i documenti delle indagini affidate dalla direzione del Pd a Fabrizio Barca. Ventiquattro circoli del Pd romano sono stati messi sotto accusa a seguito di quell'indagine, ma anche nel Consiglio comunale la qualità è piuttosto bassa e in alcuni casi (rari) la collusione è stata silente su quanto accadeva.

Il presidente del Pd, Matteo Orfini, nominato da Renzi commissario del Pd romano, tentò per quasi un anno di sostenere Marino della cui onestà e sincerità non dubitava. Poi si rese conto della sua totale inefficienza e, stimolato da Renzi, capì che bisognava arrivare alle dimissioni del sindaco. Tentò di convincerlo ad affrontare il dibattito in aula, ma l'altro si oppose. Poi Marino si dimise ma pochi giorni dopo ritirò le dimissioni. Alla fine il Consiglio comunale si è autosciolto e Marino, turbato e rabbioso, fece le valigie. Un valido prefetto di Milano, Francesco Paolo Tronca, è stato nominato commissario a Roma. La vicenda è terminata. Ma Marino era ed è un alieno come l'ha definito il nostro Ceccarelli. Un alieno che ritiene importantissime le cose che riguardano lui e basta. Parla un altro linguaggio, ha altri comportamenti. A volte questa diversità è un bene, talaltra un male. Ma per un sindaco essere alieno è assolutamente impossibile e finalmente questa vicenda si è chiusa. Il problema sarà quello del futuro sindaco che si potrebbe votare insieme a Napoli e a Milano.

Ora si apre la questione delle candidature. Sarà piuttosto controversa, ma c'è il tempo necessario per parlarne. Il nuovo commissario Francesco Paolo Tronca farà bene il suo compito. Quanto al presidente del Consiglio è stato molto saggio a manifestare la sua insoddisfazione senza tuttavia intervenire direttamente. Il problema dei sindaci tuttavia esiste in molte città d'Italia e proprio le più importanti (con l'esclusione di Torino). Proviene dalla natura territoriale del Pd. È ormai il partito della Nazione, ma sul territorio vale ben poco oscillando tra clientele, emirati o totale assenza di classe dirigente. In questo somiglia alla struttura (pressoché immutata sia pure dopo più di vent'anni) di Forza Italia. Del resto non è il solo aspetto che rende simile Renzi (il figlio buono) a Berlusconi. Soprattutto su un punto che spesso ripeto ma penso sia utile ricordarlo: l'aspetto che più d'ogni altro li avvicina è che tutti e due vendono a meraviglia il proprio prodotto e tutti e due vogliono comandare da soli. Nessuno dei due vuole, pur comandando da soli, rafforzare i poteri di controllo sul loro solitario operato. Questo è il punto. Purtroppo interessa assai poco gli italiani i quali, specie i giovani, sono del tutto indifferenti alla politica.

Debbo ancora una volta ricordare che fu l'Espresso di sessant'anni fa, allora diretto da Arrigo Benedetti e con un articolo di Manlio Cancogni (entrambi purtroppo non ci sono più e mi piace qui ricordarli) a lanciare lo slogan " Capitale corrotta, nazione infetta". Sessant'anni sono passati ed è ancora così.

***
Cercherò adesso, ammesso che mi sia possibile, volare più in alto di quelle misere cose e parlerò ancora di papa Francesco e del Sinodo ormai conclusosul tema della famiglia, cui seguirà tra poche settimane il Giubileo dedicato alla misericordia. Il Sinodo e la famiglia si inquadrano nella misericordia e nel perdono. C'è una frase che il Papa ha pronunciato ed ha sottolineato scrivendola nel testo del suo discorso conclusivo e nella sua Udienza generale del 28 scorso. Proprio quel giorno papa Francesco ha avuto la bontà di telefonarmi alle 18 del pomeriggio ed abbiamo conversato per circa un quarto d'ora. Lascio a voi immaginare la mia felicità di non credente privilegiato dall'amicizia di Francesco. La frase è questa: "Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati".

Il Papa ha anche ricordato in queste due ultime uscite alcune indicazioni essenziali del Concilio che qui cito: "La crescente interdipendenza dei popoli; la ricerca umana di un senso della vita, della sofferenza, della morte, interrogativi che sempre accompagnano il nostro cammino; la comune origine e il comune destino dell'umanità: l'unicità della famiglia umana; lo sguardo benevolo e attento della Chiesa sulle altre religioni: la Chiesa non rigetta niente di ciò che in esse vi è di bello e di vero; la Chiesa guarda o stima i credenti di tutte le altre religioni, apprezzando il loro impegno spirituale e morale".

Non c'è bisogno di tormentarsi molto per comprendere il senso di queste citazioni: è la riaffermazione del Dio unico che nessuna religione possiede per intero e al quale ciascuna arriva attraverso le diverse vie, le diverse liturgie e le diverse Scritture che costellano la storia di ciascuna di esse. Perfino delle varie Confessioni della religione cristiana e perfino all'interno della Chiesa cattolica.

Di questo Francesco parla nella conclusione del Sinodo dei vescovi di tutto il mondo: "Il primo dovere della Chiesa non è quello di distribuire condanne e anatemi ma quello di esaltare la misericordia. In questo Sinodo abbiamo visto che quanto sembra normale per un vescovo di un continente può risultare strano quasi come uno scandalo per il vescovo d'un altro continente; ciò che per alcuni è libertà di coscienza, per altri può essere confusione. Infine l'intima trasformazione degli autentici valori culturali avviene mediante l'integrazione nel cristianesimo e il radicamento del cristianesimo nelle varie culture umane".

Mi chiedo se c'è stato un Papa che abbia parlato in modo così esplicito e al tempo stesso profetico della vita vera, con la molteplicità delle etnie, dei luoghi, dei tempi dove l'umanità nasce, vive, muore, in una società continuamente mutevole e tuttavia unica specie nella moltitudine delle cose create. Alcuni pontefici sono arrivati a queste intuizioni; Francesco in quel discorso di chiusura del Sinodo ne ha ricordato i più recenti che l'hanno preceduto, cogliendo i punti di continuità della Chiesa che ha impostato e concluso il Vaticano II: Giovanni XXIII che ne fu il promotore e poi Paolo VI, Wojtyla e Ratzinger. Francesco ha un senso politico molto vigile; afferma verità rivoluzionarie ma con la diplomazia necessaria per trasformare le diversità nell'armonia d'un lavoro comune. Fermo restando che è la fede il cemento di tutti e insieme alla fede lo Spirto Santo che la diffonde. Secondo Francesco anche nei non credenti che fanno parte comunque della famiglia umana.

Nella stessa conversazione telefonica di mercoledì scorso lui si è detto molto interessato all'articolo a lui dedicato che avevo scritto due domeniche prima. Mi ha chiesto che cosa pensavo delle conclusioni del Sinodo sulla famiglia. Ho risposto - come avevo già scritto - che il compromesso che il Sinodo aveva raggiunto non mi pareva tenesse conto dei mutamenti avuti dalla famiglia negli ultimi cinquant'anni, sicché puntare verso un recupero della famiglia tradizionale era un obiettivo del tutto impensabile. Ho aggiunto che la Chiesa aperta da lui voluta si trova di fronte ad una famiglia altrettanto aperta nel suo bene e nel suo male ed è questa che la Chiesa si trova di fronte.

"È vero - ha risposto papa Francesco - è una verità e del resto la famiglia che è la base di qualsiasi società cambia continuamente come tutto cambia intorno a noi. Noi non dobbiamo pensare che la famiglia non esista più, esisterà sempre perché la nostra è una specie socievole e la famiglia è il puntello della socievolezza, ma non ci sfugge che la famiglia attuale, aperta come lei dice, contiene alcuni aspetti positivi ed altri negativi. E come si manifestano queste diversità? Gli aspetti negativi sono l'antipatia o addirittura l'odio tra i nuovi coniugi e quelli di prima, se un divorzio c'è stato; lo scarso sentimento di fratellanza specie tra figli di genitori parzialmente o totalmente diversi; un diverso contenuto della paternità che oscilla tra l'indifferenza reciproca o la reciproca amicizia. La Chiesa deve operare in modo che gli elementi positivi prevalgano sui negativi. Questo è possibile e questo faremo. Il diverso parere dei vescovi fa parte della modernità della Chiesa e delle diverse società nelle quali opera, ma l'intento è comune e per quanto riguarda l'ammissione dei divorziati ai Sacramenti conferma che quel principio è stato accettato dal Sinodo. Questo è il risultato di fondo, le valutazioni di fatto sono affidate ai confessori ma alla fine di percorsi più veloci o più lenti tutti i divorziati che

lo chiedono saranno ammessi".

Questo è stato il contenuto della nostra telefonata. Con un'altra informazione di Francesco che mi ha detto: a marzo scriverò un lungo saggio sulla Chiesa missionaria e i suoi obiettivi. Poi, telefonicamente, ci siamo abbracciati.

sabato 3 ottobre 2015

A PROPOSITO DI RIDUZIONE DELLE TASSE. ECCO L'ULTIMO IMBROGLIO.

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Rifiuti, cittadini rischiano di pagare al posto dei produttori?

prevenzione-rifiuti‘‘Le norme che modificano la disciplina sui consorzi contenute nel Ddl concorrenza, se non uniformate al contesto generale disciplinato dal Codice ambientale, porteranno a gravi perdite per i Comuni, stimabili in alcune centinaia di milioni, a solo vantaggio di alcuni produttori che cosi’ potranno evitare di pagare il contributo ambientale’’.

E’ l’allarme lanciato dal delegato ANCI all’Energia e ai Rifiuti, Filippo Bernocchi, che ricorda: ‘’L’ANCI ha proposto una soluzione che tuteli i Comuni ed i cittadini, che si troverebbero a dover pagare per la raccolta ed il riciclo degli imballaggi al posto dei produttori, in contrasto con le Direttive europee ed ai principi della responsabilita’ del produttore’’.

Infatti, all’interno del DDL Concorrenza, nell’ambito del settore ambiente, nel corso dell’esame parlamentare, è stata inserita una norma che riguarda l’accesso da parte dei produttori al mercato di gestione autonoma degli imballaggi.

Al fine di favorire l’accesso a tale mercato, viene sospeso l’obbligo di corrispondere il contributo ambientale a seguito del riconoscimento del progetto e fino al provvedimento definitivo che accerti il funzionamento o il mancato funzionamento del sistema, e ne dia comunicazione al Consorzio. La normativa attualmente vigente prevede che i produttori che vogliano attuare la gestione autonoma debbano presentare all’Osservatorio nazionale sui rifiuti il progetto del sistema di gestione richiedendone il riconoscimento.

‘’L’ANCI – aggiunge Bernocchi – confida che la discussione parlamentare delle prossime ore dia seguito a quanto segnalato. E’ in gioco – conclude Bernocchi – non il principio di concorrenza, bensi’ quello che stabilisce l’onere per la raccolta dei rifiuti da imballaggio a carico dei produttori: con le nuove norme, invece, sarebbero i cittadini a dover pagare’’.

domenica 27 settembre 2015

QUANDO LA POLITICA ERA PASSIONE, COERENZA E AMORE PER IL PROSSIMO

ONORE AL GRANDE PIETRO INGRAO, SEMPRE NEL MIO CUORE

Pietro Ingrao, il vero comunista campa 100 anni. Amato dalla gente, sofferto da Pci

Il fatto quotidiano

Le campane suonano a festa per i cento anni di Pietro Ingrao. Com’è giusto che sia. Un comunista, un rivoluzionario, uno statista, un sognatore. Così le etichette che sui giornali corrono lo stanno celebrando. Ma ce n’è un’altra che ben gli si attaglia, quella dell’”eroe del dubbio”. Il dubbio di un uomo immerso in una sinistra divisa tra il messianismo rivoluzionario e la cinica ragion di partito, utopia e senso della realtà politica, movimentismo e rispetto  dell’organizzazione di appartenenza. E’ Andrea Camilleri nel 2008 a coniare questa definizione. «Il dubitare di Ingrao», scrive Camilleri, «è sempre la messa in moto di un motore che elabora il che fare più attinente al fine proposto, non è mai la messa in dubbio del perché, ma del percome».
Concetto complicato, che il dispiegarsi della vita di Ingrao illustra però meglio di qualsiasi altra cosa. Forse pensa all’Ingrao artista, al poeta, al giovane appassionato di cinema che l’illustre centenario è sempre stato, Camilleri. Ma la sua definizione ben si adatta anche per comprendere la parabola del dirigente capace di accendere dibattiti ma pur sempre impastoiato dalle ragioni dell’appartenenza e perciò impossibilitato agli strappi decisivi, definitivi che tanti suoi seguaci si aspettavano. Quando questo dubbio lui stesso teorizza, nel Pci, nato all’insegna dell’obbedienza alle “istanze superiori” del centralismo democratico, si discuteva  sulla linea, rischiando la testa, va da sé. Perciò Ingrao rivendica il “diritto al dissenso”, del quale il dubbio poteva essere il nobile pilastro, adeguato a dargli dignità per renderlo digeribile alla nomenklatura comunista. Correva il 1966: “Il dubbio mi scuoteva”, ha spiegato Ingrao, “Vedevo in esso un’apertura alla complessità della vita: dubitare mi sembrava l’impulso primo a cercare, aprirsi al molteplice del mondo. Sì, vivevo il piacere del dubbio”.
C’è tutto Ingrao in questa complessità, tutta la sua innata problematicità, la sua incompiutezza di leader. E’ l’Ingrao nato a Lenola il 30 marzo del 1915, famiglia borghese, liceo a Formia, trasferimento a Roma. Per uno della sua condizione l’adesione alla classe operaia non è scontata. E nel 1934 lo vediamo brillare ai Littoriali, manifestazioni sportive e culturali riservate agli universitari fascisti. Riesce a farsi onore: «Partecipai ai Littoriali della Cultura», ha raccontato, «a quelli di critica teatrale e alla gara di poesia, con una breve lirica». Esaltava Littoria e la bonifica delle paludi pontine.
Il  mito del comunismo è lontano, Ingrao si iscrive a giurisprudenza e al centro sperimentale di cinematografia, dove resiste poco più di un anno. Lo abbandona, insieme agli studi, a causa della guerra di Spagna: «Il 17 luglio 1936», racconterà, «è un giorno chiave: esplode la rivolta franchista. Non tornai più al centro sperimentale. Da allora, la lotta di classe diventò il punto centrale nella mia vita, il primo dovere, la prima speranza». Questo è il giovane Ingrao. Prenderà la laurea poi, si rivelerà un poeta, ma al primo posto nella sua esistenza resterà per sempre l’impegno comunista.
La dedizione è totale. Lavora clandestinamente per il partito negli anni del fascismo. Cade la dittatura, viene eletto in Parlamento, entra nella segreteria del Pci. Che, a partire dal 1947 e per dieci anni, gli affida la direzione de “L’Unità”. Del Pci, Ingrao si afferma come uno dei massimi dirigenti, dopo Togliatti tra i più amati. Ha peso, anche se relegato al ruolo dell’eterno oppositore. Uomo di prestigio che, non a caso, nel 1976 diventa il primo comunista eletto alla presidenza della Camera. Un traguardo inimmaginabile nei giorni lontani del ritorno alla democrazia. Quando nell’animo del giovane rivoluzionario si agitavano ben altri intendimenti. Dirà : «Mi portavo dentro la convinzione di un momento insurrezionale risolutivo. Forse agiva anche il ricordo mitico dell’assalto al Palazzo d’Inverno tramandatoci dall’epica della rivoluzione bolscevica. E negli angoli remoti della mia mente restava sempre ben fissa l’ipotesi del momento in cui ci saremmo trovati – l’uno di fronte all’altro – noi rivoluzionari e le truppe del grande capitale». Drammatica contraddizione: «Da una parte seguivo con ardore la costruzione dello Stato democratico, dall’altra coltivavo l’attesa della crisi rivoluzionaria».
Ricordi intensi e che spiegano l’altra faccia di Ingrao: quella dura dell’uomo di partito che si vincola al burocratismo dell’Ufficio di Informazione dei Partiti Comunisti e Laburisti, il famigerato Cominform, asservito a tutte le degenerazioni dello stalinismo. Una tragedia nella carriera di Ingrao. Spiegherà lui stesso : «Lo stalinismo è stato un errore così grande che è bene ribadirne il rigetto».  L’errore più grande, certo. Frutto di una cultura totalizzante che lo inchioda alla tradizione che  dell’Unione sovietica aveva fatto un mito. Arrivano così le pagine più discusse della sua carriera. Come capitò nel 1956, quando la storia offrì al Pci l’opportunità di rompere con gli orrori staliniani. Il futuro presidente della Camera si ritrovò invece dalla parte sbagliata. Era scoppiata la rivoluzione ungherese contro l’oppressione sovietica. Le truppe di Mosca intervennero, migliaia furono i morti. E grande fu la reazione nel mondo, la sinistra europea si ribellò, si ribellò anche quella italiana. Tanti intellettuali e dirigenti, come Italo Calvino, Eugenio Reale e Antonio Giolitti, abbandonarono il Pci. Ad Ingrao contro gli insorti toccò al contrario confezionare “l’Unità” di quel terribile 25 ottobre: “Le bande controrivoluzionarie vengono costrette alla resa dopo i sanguinosi attacchi contro il potere socialista”, sentenziava la prima pagina. E sempre a lui spettò il compito di firmare l’editoriale “Da una parte della barricata a difesa del socialismo”.
E, ancora, come capitò tra il 1968 e il 1969 quando gli amici della rivista “Il Manifesto”, che con lui avevano combattuto per la democrazia interna nel Pci, trovarono la forza per rompere con il filosovietismo, aprendo alle istanze dei movimenti giovanili. Furono presto emarginati. E quando i vertici deliberarono la cacciata di Luigi Pintor, Aldo Natoli e Rossana Rossanda, ebbene in quel frangente decisivo Ingrao abbandonò i compagni al loro destino, preferendo le ragioni della Ditta.
Eppure era stato lo stesso Ingrao, un paio di anni prima, a rivendicare contro Giorgio Amendola il famoso diritto al dissenso. Una rivendicazione che lo aveva fatto assurgere a punto di riferimento per quanti nella sinistra cercavano la via dell’emancipazione dall’Urss e dal togliattismo. E non solo dentro il Pci. Ad Ingrao guardavano anche gli altri partiti che si richiamavano al movimento operaio. Solo che il Pci non tollerava niente del nuovo che nasceva o poteva nascere alla sua sinistra. Una linea brutale, a dirla tutta, alla luce non solo della sorte toccata alla fazione del Manifesto, ma anche di quella riservata ai gruppi extraparlamentari (non tutti da buttare) e alla gran parte dei dirigenti del Partito socialista italiano che, proprio criticando la linea filo-sovietica del Pci, furono oggetto di campagne pesantissime.
Ma così sono andate le cose. E mentre il Psi denunciava le degenerazioni del socialismo reale, il segretario del Pci Enrico Berlinguer ancora nel 1983 si permetteva di ripetere che l’Urss era una società socialista con “qualche tratto illiberale”. Qualche. Proprio così, mentre già l’impero sovietico era sulla via di quel disfacimento che nel giro di pochi anni avrebbe portato alla caduta del Muro di Berlino e il nuovo segretario del Pci, Achille Occhetto, a cambiare nome al partito. Una decisione che vede Ingrao fortemente critico, ma deciso a rimanere.
Siamo ai bagliori finali della vita pubblica del grande sognatore. Deputato fino al 1992, sparisce dalla scena politica. Scriverà anche una sua biografia, “Volevo la luna”. Continuerà a far sentire di tanto in tanto la sua voce. Nel 2013, dopo la simpatia per Rifondazione comunista, dichiara di votare Sinistra ecologia e libertà. Sempre rivendicando le ragioni del dubbio. Il dubbio di un uomo a cui forse la vita avrà consentito con la sua poesia di conquistarla, quella luna. Mentre gli ha certamente negato il paradiso in terra, la terra promessa del comunismo che il marxismo aveva fatto balenare nei suoi sogni di militante. Ma questa, visto come le cose sono andate, non è detto sia stata poi una gran perdita.

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domenica 5 aprile 2015

Renzismo, una destra en travesti





http://ilmanifesto.info/

destra en travesti.    

La discussione su quanto sta accadendo nel Pd ha raggiunto da ultimo vette di ineguagliabile futilità. Ora si discute, in quel partito e intorno a quel partito, sulla misura del legittimo dissenso. Niente di meno. Tutto pur di evitare di guardare in faccia la realtà e le proprie smisurate responsabilità. Cerchiamo di fare almeno noi uno sforzo di serietà e di ragionare politicamente su questa partita che tutto è meno che una discussione interna a un gruppo dirigente. Perché c’è di mezzo, lo si voglia o meno, una buona fetta del destino di noi tutti e di questo paese.

Un buon modo per cominciare è chiedersi che cosa sia il renzismo. Che si può ormai definire, in modo sintetico e preciso, un fenomeno di destra mascherato da vaghe sembianze di centro-sinistra. È inutile attardarsi in esempi, anche se è bene non dimenticare che una delle ragioni del disastro italiano (e non la minore delle responsabilità di chi ha diretto la mutazione genetica del Pci prima, del Pds e dei Ds poi) risiede nel fatto che gran parte dell’elettorato progressista non è in grado di comprendere. Per cui rimane sotto ipnosi e vota per il Pd indipendentemente da ciò che esso è diventato e fa, nell’astratta convinzione di compiere una scelta «di sinistra».

Ma da quando il renzismo è un fenomeno di destra travestito? Meglio: da quando lo è in modo evidente, almeno agli occhi di chi è in grado di decifrare la politica? Ammettiamo che la preistoria fiorentina del presidente del Consiglio non fosse univoca sotto questo punto di vista.

Concediamo che le parole d’ordine della rottamazione e il braccio di ferro per le primarie aperte potessero ingannare gli ingenui (o gli sprovveduti). Fingiamo quindi che si dovesse stare per qualche tempo a vedere che cosa combinava il nuovo governo dopo l’occupazione manu militari di palazzo Chigi. Resta che la maschera Renzi se l’è tolta clamorosamente già l’estate scorsa, nel primo scontro durissimo su una «riforma» costituzionale dichiaratamente volta ad accentrare nelle mani del governo il potere legislativo e a trasformare il parlamento della Repubblica in una riedizione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
È trascorso poco meno di un anno e moltissima acqua è passata sotto i ponti.

Acqua inquinata e inquinante che ha investito, travolgendoli, diritti e condizioni materiali di vita e di lavoro (o di non lavoro) di milioni di persone. Acqua limacciosa e putrida che si chiama jobs act e italicum; tagli lineari al welfare e ancora soldi pubblici alle scuole private; acquisto di decine di cacciabombardieri e aumento della pressione fiscale sul lavoro dipendente ed eterodiretto; la bufala populista degli 80 euro e l’urto frontale con i sindacati; la cancellazione del Senato elettivo e decine di voti di fiducia e di decreti-legge; deleghe legislative in bianco e continue violazioni dei regolamenti parlamentari; patto del Nazareno e indecorose tresche con Marchionne e Confindustria. E ancora migliaia di tweet di autoincensamento compulsivo, da fare invidia al dittatore dello Stato libero di Bananas.
Bene: che cosa ha fatto la fronda interna del Pd in questo non breve arco di tempo?

Quali risultati ha portato a casa nel suo infinito psicodramma (esco non esco, scindo non scindo, voto non voto, mi dimetto no resto, mugugno ma mi allineo)? Di questo bisognerebbe parlare finalmente, senza tante chiacchiere sui massimi sistemi. E forse si evita con cura di farlo perché il bilancio è semplicemente disastroso. Non solo perché Renzi ha potuto sin qui fare e disfare a proprio piacimento, nonostante non avesse (e a rigore non abbia ancora) i numeri, almeno in Senato.

Non solo perché si è fatto in modo che la confusione aumentasse a dismisura nel paese, e con essa il disgusto per la politica politicante.
Non solo perché si è alimentata la vergogna del trasformismo parlamentare, regalando ogni mese nuove truppe mercenarie al padrone trionfante, secondo le migliori tradizioni del paese.

Ma anche, soprattutto, perché, con uno stillicidio di penultimatum e di voltafaccia e di finte trattative e ancor più finte concessioni strappate al dominus, si è impedito al popolo della sinistra di orientarsi in una battaglia per la difesa della Costituzione e per un minimo di giustizia sociale che è ormai la più drammatica emergenza all’ordine del giorno.

Ora, si dice, qualcosa sta cambiando. Persino il teorico della ditta – sino a ieri l’alleato più zelante del premier – non si fida più (ma lo dice già da un mese) e fa la faccia truce. O l’italicum cambia o saranno sfracelli. Peccato che le cose davvero inaccettabili – il divieto di apparentamento e il premio stratosferico al partito di maggioranza relativa – nessuno le metta sul serio di discussione. Che si continui a invocare «un segno di attenzione» per poter continuare la manfrina. E che si fugga come la peste, invece, qualsiasi iniziativa unitaria volta a mandare a casa un governo che è un serio pericolo per la democrazia.

Perché di questo si tratta e chi si ostina a negarlo non rappresenta un problema né per Renzi né per la sua impresa. I sedicenti oppositori continuano a fraintendere la questione pensando che lo scontro riguardi il loro partito, se non la loro fazione. No. La verità è che siamo al gran finale di una storia più che ventennale di liquidazione della sinistra italiana.

Il generoso tentativo della Fiom di unire le forze sociali colpite dalla crisi e dalle politiche padronali del governo ne è a ben vedere la conferma più netta perché dimostra in modo flagrante che nulla di buono si muove nei paraggi della politica e che il sindacato – la sua componente più avanzata – è al momento l’unica risorsa disponibile per una rinascita.

Ma questa situazione deve cambiare perché non ci sarà coalizione sociale che tenga finché il mondo del lavoro resterà senza una rappresentanza politica. E già si è perso troppo tempo. Questa è la verità obiettiva sottesa allo (e nascosta dallo) psicodramma del Pd. Prima si avrà l’onestà di riconoscerlo e meglio sarà.

sabato 4 aprile 2015

LA BUONA SCUOLA

La BUONA SCUOLA poggia su un rapporto sereno tra Ragazzi, Scuola, Insegnanti e Genitori. Attualmente la demolizione costante del mondo SCUOLA ha portato ad un disagio sociale che sta minando alla radice la coesione sociale anche nei rapporti istituzionali . I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Gli spot aggravano la situazione. Meditiamo!





ERRORE MADORNALE QUELLO DI DISTRUGGERE IL PD (partito democratico)

Ma RENZI, probabilmente voleva questo: come alcuni molluschi marini che occupano conchiglie abbandonate.     

Mi verrebbe da dire: " SENZA PAROLE"



sabato 14 marzo 2015

“ coalizzarsi insieme per una giustizia sociale sempre più inascoltata e senza rappresentanza.

 La lettera di convocazione della “coalizione sociale” 



Sabato 14 marzo 2015 si svolgerà l’assemblea costituente della “coalizione sociale” voluta da Maurizio Landini per dare rappresentanza politica alla protesta di sinistra contro le politiche del governo Renzi. E’ il primo passo della cosiddetta “Podemos” di Landini, quello che secondo molti giornali dovrebbe essere un nuovo soggetto politico capace di unire i partiti, ora marginali, alla sinistra del PD cercando di cavalcare il successo che stanno avendo formazioni radicali in Paesi del Sud Europa come Grecia e Spagna.  Nella lettera riportata dal “Corriere della Sera” di venerdì 13 marzo 2015 Landini scrive come  ”dovremmo trovare il modo di dare forma e forza ad un progetto innovativo, individuando punti di programma condivisi. Queste poche righe per invitarti\vi a incontrarci. Nelle scorse settimane abbiamo ragionato sulla necessità di un momento assembleare per dibattere in modo libero e aperto l’ipotesi di costruire una “coalizione sociale. Ho avuto la fortuna di potermi confrontare con molti di voi di condividere sin da subito l’idea che il tentativo di costruire una coalizione sociale muove da una certezza: la politica non è proprietà privata”. Nella lettera Landini rimarca come la Costituzione promuova la partecipazione alla vita pubblica, spiegando come si debbano contrastare due assunti che si stanno imponendo, ovvero la fine del lavoro e della società , grazie alla crisi economica e sociale degli ultimi anni. “”La fine del lavoro” e “la società non esiste, esistono solo gli individui e il potere che li governa” credo diano vita allo spettro di un futuro già presente con cui siamo chiamati a fare i conti in tutta Europa”. Le politiche della Commissione europea e della Bce, la cosiddetta Troika con la partecipazione del Fondo monetario internazionale, sono particolarmente criticate nella lettera di Landini, che in questo modo si aggancia ai partiti della Sinistra europea che maggiormente contrastano l’austerità, i greci di Syriza e gli spagnoli di Podemos. “ Le politiche della Commissione e della troika anche in Italia stanno mettendo in discussione la democrazia, il lavoro e i suoi diritti, l’istruzione e la formazione, la salute, i beni comuni e la cultura, la giustizia”. Per questo motivo è necessario “ coalizzarsi insieme per una domanda di giustizia sociale sempre più inascoltata e senza rappresentanza. La coalizione sociale dovrà essere indipendente e autonoma : significa che per camminare dovrà potersi reggere sulle proprie gambe e pensare collettivamente con la propria testa”.